Every now and then it would be useful to stop and think

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This is the blog of EMISEI – Empowering Migrants Improving Social European Inclusion – founded by the ERASMUS PLUS programme More info: http://bit.ly/2gIrkjG

By Fabio Masini

Every now and then it would be useful to stop and think. About who we are, what we do, why we do it in a certain way rather than another. In short, to take a break and go deeper.

When you are an educator for a living, as is the case (at least for the most part) with me, it often happens that you switch on the autopilot and let the routine take over from the questions. But it is precisely in the need to ask oneself continuous questions, to let them evolve in response to changing needs and contexts, that the key to quality education lies.

We must always avoid the presumption of having acquired definitive knowledge or skills, finally worthy of being passed on to someone else. Those who have the good fortune to combine teaching and research are partially aware of this issue, because research requires constantly questioning acquired knowledge, opening up to other interpretative and cognitive perspectives. It is therefore necessary to have a constant and synergic exchange of information between the researcher (who lives in a constantly evolving academic community) and the teacher (who lives in daily contact with experiential needs that change in response to contexts); something, paradoxically, more complex precisely when these two subjects are the same person.

It is therefore useful to periodically ask ourselves questions about how and why we teach, about the relationship between empathy and authority (which is much less linear than it may seem), about critical thinking and how to transmit it, about the management of feedback and its use.

Not because there is anything to learn. Because, I am convinced, one can perfect techniques and acquire greater methodological awareness, but educating is a job that one can never really learn. But because in order to continue practising it, it is necessary to analyse and question the ways and the profound reasons in which and for which we do it. We need to deconstruct routines in order to build new, more effective ones.

Perhaps this is why, during the days I spent in Barcelona, that perennial construction site designed by the brilliant Antoni Gaudi appeared to me in a completely new light. Looking at those cranes constantly present in the photos of the Sagrada Familia, always under construction, they no longer seemed to me like a pathology of the landscape, a symbol of transience that sooner or later will have to disappear to make room for the completed work.

Perhaps those very cranes are, after all, the truest mirror of human existence. Because, just like the Sagrada Familia, the life of each of us is a cathedral in continuous construction. In which building is an integral part of the panorama; it is an inescapable constitutive trait: physiological, not pathological. And I have acquired the awareness that, in the end, when the work stops and the cranes are removed, when the construction aspires to be “definitive”, at that moment, in reality, the Sagrada Familia will cease to exist, at least as a brilliant project.

Fabio Masini

Ogni tanto sarebbe utile fermarsi a riflettere

By Fabio Masini

Ogni tanto sarebbe utile fermarsi a riflettere. Su chi siamo, su cosa facciamo, perchè lo facciamo in un certo modo piuttosto che in un altro. Insomma, prendersi una pausa per andare più a fondo.

Quando si fa l’educatore di mestiere, come è il caso (almeno in gran parte) del sottoscritto, capita spesso di inserire il pilota automatico e lasciare che la routine prenda il sopravvento sulle domande. E invece è proprio nella necessità di porsi domande continue, lasciare che si evolvano in risposta all’evoluzione de bisogni e dei contesti, che sta in fondo la chiave per un’educazione di qualità.

Occorre sempre rifuggere dalla presunzione di aver acquisito una conoscenza o delle competenze definitive, finalmente degne di essere trasmesse a qualcun altro. Chi ha la fortuna di coniugare insegnamento e ricerca è parzialmente consapevole di questo tema; perché la ricerca impone di rimettere in discussione costantemente le conoscenze acquisite, aprendosi ad altre prospettive interpretative e conoscitive. E che occorra quindi uno scambio costante e sinergico di informazioni fra il ricercatore (che vive in un a comunità accademica in continua evoluzione) e il docente (che vive il contatto quotidiano con bisogni esperienziali che mutano in risposta ai contesti); cosa, paradossalmente, più complessa proprio quando questi due soggetti sono la stessa persona.

Utile perciò porsi, periodicamente, domande sul come e il perché insegniamo, sul rapporto fra empatia ed autorevolezza (molto meno lineare di quanto possa sembrare), sul pensiero critico e le modalità per trasmetterlo, sulla gestione dei feedback ed il loro utilizzo.

Non perché ci sia qualcosa da imparare. Perché in fondo, ne sono convinto, si possono perfezionare tecniche ed acquisire maggiori consapevolezze metodologiche, ma educare è un mestiere che non si può mai davvero imparare. Ma perché per continuare ad esercitarlo occorre analizzare e mettere in discussione i modi e le ragioni profonde in cui e per cui lo facciamo. Occorre destrutturare le routine per costruirne di nuove, più efficaci.

Sarà per questo che nei giorni trascorsi a Barcellona mi è apparso sotto una luce completamente nuova quel perenne cantiere ideato dal geniale Antoni Gaudi. Guardando quelle gru costantemente presenti nelle foto della Sagrada Familia, sempre in costruzione, non mi sono più parse come una patologia del panorama, un simbolo di transitorietà che prima o poi dovrà scomparire per lasciare spazio all’opera compiuta.

Forse proprio quelle gru sono in fondo lo specchio più vero dell’esistenza umana. Perché, esattamente come la Sagrada Familia, la vita di ciascuno di noi è una cattedrale in continua costruzione. In cui il costruire è parte integrante del panorama; ne è un tratto costitutivo imprescindibile: fisiologico, non patologico. Ed ho acquisito la consapevolezza che, in fondo, quando i lavori dovessero cessare e le gru essere tolte; quando la costruzione ambirà a potersi dire ‘definitiva’; in quel momento, in realtà, la Sagrada Familia smetterà di esistere, almeno come progetto geniale.

Fabio Masini